Salute 20 giugno 2018

Hikikomori, il popolo che “vive in disparte”. In Italia 100mila giovani in reclusione volontaria, ma non è una psicopatologia

«Non è sintomo di un disturbo psichiatrico, ma in una fase avanzata possono insorgere depressione, fobia sociale, disturbi alimentari o comportamenti ossessivo-compulsivo». L’intervista alle psicologhe dell’associazione Hikikomori Italia Chiara Illiano e Rosanna D’Onofrio

di Isabella Faggiano
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«Quando andavo a prenderlo evitava di passare per alcune strade frequentate dai suoi compagni, si abbassava in macchina per non farsi vedere. Ho subito capito che si stava isolando. Non usciva e non ne voleva parlare». È il racconto di una madre che, osservando suo figlio, vedeva un giovane intento a costruire una barriera tra sé e il mondo. Quell’adolescente, oggi, è un Hikikomori. «Uno dei 100mila casi stimati in Italia – ha spiegato Chiara Illiano, psicologa e psicoterapeuta d’approccio strategico, dell’Associazione Hikikomori Italia -. Non si tratta di dati certi, ma di sicuro è un fenomeno in crescita».

Numeri più precisi arrivano dal Giappone, dove già negli anni ’80 sono stati studiati i primi casi: «Il governo giapponese – ha continuato Chiara Illiano – parla di 541mila Hikikomori, tra semi-isolati e completamente isolati. Le associazioni di settore, invece, riferiscono cifre ben più alte: l’1,2% della popolazione nipponica vive in reclusione volontaria, percentuale che sale al 2% se si considera solo quella giovanile».

Ed è sempre dal Giappone che viene il termine Hikikomori, adottato a pieno titolo anche in Italia: «Significa letteralmente “stare in disparte” – ha specificato la psicoterapeuta d’approccio strategico – e si utilizza per identificare tutte quelle persone che decidono volontariamente di isolarsi dal resto del mondo, chiudendosi nella propria stanza o nella propria casa per lunghi periodi, mesi o anni. Rifiutando il contatto con chiunque, a volte persino con i propri genitori».

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Questo ritiro sociale si manifesta generalmente nel periodo della vita che va dalla preadolescenza alla prima età adulta, ma può anche insorgere in età avanzata, con un’incidenza maggiore tra i maschi. Rinuncia agli studi, disinteresse per le relazioni sociali, inversione del ritmo sonno-veglia, sono solo alcuni dei campanelli di allarme che possono far ipotizzare un disagio di questo tipo.

Ma perché si diventa Hikikomori? Non ci sono certezze sulla relazione causa-effetto, piuttosto sembrerebbe il risultato di una serie di concause caratteriali, sociali e familiari. «Come sottolineato dalla letteratura nazionale ed internazionale – ha commentato Chiara Illiano – l’Hikikomori non è una psicopatologia, né un sintomo di un disturbo psichiatrico. In una fase avanzata, però, quando la persona è completamente isolata, lontana dagli stimoli esterni, senza contatto con gli altri, è facile che sopraggiungano delle patologie di natura psicologica».

Le psicopatologie, dunque, non sono la causa dell’isolamento, piuttosto una possibile conseguenza: «Depressione, fobia sociale, disturbi psichiatrici, ansia,  disturbi ossessivo-compulsivi, disturbi alimentari – ha sottolineato la dottoressa Illiano – sono solo alcuni dei disagi che possono insorgere».

Complicanze che possono essere risolte solo con l’aiuto di uno specialista. «L’approccio prediletto – ha spiegato Rosanna D’Onofrio, psicologa e psicoterapeuta in formazione gestalt psicosociale, dell’Associazione Hikikomori Italia – è quello sistemico. Un modello di intervento che prevede la presa in carico dell’intero “sistema familiare”. Le persone che vivono questo disagio, di solito, si rinchiudono in casa, nel posto dove si sentono maggiormente al sicuro. E quando un membro della famiglia si isola volontariamente, tutti gli altri componenti devono essere in grado di affrontare la situazione».

Per un genitore di un giovane Hikikomori anche le azioni quotidiane più semplici possono trasformarsi in desideri: «Vorrei svegliarmi un mattino e trovare mio figlio in cucina lavato, sbarbato e vestito, pronto per iniziare un nuova giornata, col sorriso nel cuore e negli occhi», ha raccontato un genitore entrato nella rete di sostegno dell’Associazione Hikikomori Italia.

Per gli psicologi dell’associazione, infatti, è proprio supportando i genitori di un Hikikomori che si può aiutare l’individuo ad uscire dal guscio. «In Italia – ha spiegato D’Onofrio – non è stato ancora concepito un modello specifico e riconosciuto ufficialmente per assistere le persone che vivono un disagio del genere. La nostra associazione interviene seguendo un percorso suddiviso in sei fasi. Nella prima, i genitori vengono inseriti in gruppi di auto-mutuo-aiuto nazionale, per confrontarsi con chi vive le stesse problematiche. Nella seconda è prevista l’autoformazione: le mamme e i papà devono conoscere approfonditamente il fenomeno, così da poter comprendere il disagio del figlio. Tre: inserimento nei gruppi di aiuto regionali, supportati da uno psicologo. Durante il quarto step si partecipa a seminari ed eventi organizzati dall’associazione. Solo salendo sul quinto gradino – ha aggiunto D’Onofrio – il genitore avrà cambiato atteggiamento nei confronti del proprio figlio: non più focalizzato esclusivamente sul malessere, riuscirà ad instaurare un nuovo rapporto di fiducia. Solo a questo punto si potrà intraprendere l’ultima fase, la numero sei, che prevede la psicoterapia individuale e familiare».

E quanto durerà questa scalata? «Difficile dirlo, dipende molto dalla gravità della situazione. Non c’è un tempo limite. L’Hikikomori non è una fase dell’esistenza, ma una modalità interiorizzata di fronteggiare e interpretare il mondo. Se non affrontato nel modo adeguato – ha concluso D’Onofrio – può durare potenzialmente anche tutta la vita».

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