Salute 1 dicembre 2015

È giusto puntare sulle App medico-paziente. Ma verificheremo che “dentro” ci siano veri dottori

L’intervista alla professoressa Licia Califano, componente dell’Autorità Garante per la Privacy

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Le App Mediche come una conquista fondamentale che va però regolamentata a dovere. La dottoressa Licia Califano, membro dell’Autorità Garante dal giugno 2012, non ha dubbi su quali possano essere le opportunità e i rischi insiti nel sempre maggior utilizzo nel mondo della Mobile Health.


Perché, se da un lato, le App per smartphone e tablet possono aiutare i pazienti e i medici a migliorare comunicazione e cure, dall’altro, le informazioni che transitano attraverso questi programmi potrebbero, in linea teorica, finire in mani sbagliate.

Con l’enorme aumento del ricorso alla Mobile Health, crescono di pari passo vantaggi e rischi per chi ne usufruisce. Come ci si sta muovendo per regolamentare il settore?
«Le App rappresentano una conquista importante per tutti i cittadini. A seconda del tipo di App scaricata, i pazienti possono ad esempio auto-monitorarsi e tenere sott’occhio determinati parametri, oppure avere un collegamento diretto con l’operatore sanitario, in modo da aumentare la rapidità delle cure. Certo, i rischi ci sono e sono importanti, in termini di protezione dei dati personali. Il punto è che risulta fondamentale evitare che soggetti non autorizzati vengano a conoscenza dei dati sensibili del paziente, che in alcuni casi diventano addirittura super sensibili, visto il peso delle informazioni trattate con questo tipo di applicazione. E’ quindi importante che siano visionabili soltanto da soggetti autorizzati a farlo».

Per evitare questo tipo di problema, il Ministero della Salute ha di recente avviato un tavolo di lavoro ad hoc.
«Il Ministero si è mosso correttamente con un’iniziativa di tipo regolatorio, aprendo un tavolo nel quale l’autorità garante è presente per quel che riguarda i profili di protezione del dato, quindi per quello che è di nostra competenza, ma che vede anche rappresentanti del Ministero stesso, dei produttori e del mondo della sanità in generale, che ovviamente è quello principalmente coinvolto».

Al di là di provvedimenti e regole, è necessaria anche una maggiore consapevolezza da parte del paziente che usufruisce delle Medical App.
«Ho la sensazione che, in linea di massima, una grande consapevolezza da parte dell’utente non ci sia. Anzi, penso che molto spesso i profili di protezione della privacy vengano sentiti come un appesantimento burocratico, come un inutile fardello in più. In realtà, lavorando ormai da tre anni in questa struttura, mi sono resa conto sempre di più della necessità di coniugare la protezione del dato con una lettura attenta dell’informativa, evitando di firmarla distrattamente, così come di una valutazione dei termini del consenso, cercando di capire poi che tipo di dato viene ceduto, per quanto tempo, chi potrà averne accesso, eccetera. Questi elementi non sono affatto marginali e probabilmente occorrerebbe una maggiore educazione».

Di contro, però, le App possono dimostrarsi anche molto utili, specialmente nel migliorare il rapporto tra medico e paziente.
«Sono senza dubbio strumenti che migliorano il rapporto tra paziente e struttura sanitaria o medico. Anche qui, è necessario, quando parliamo di App, avere la certezza che ad interfacciarsi con il paziente sia effettivamente un operatore sanitario. Su questo tema, per esempio, il Garante ha ipotizzato un codice identificativo grazie a cui il paziente è sicuro che si sta effettivamente relazionando con un operatore sanitario».

Qual è insomma la strada da seguire?
«Rivendico con orgoglio la posizione dell’autorità garante su questo tema, che è stata e sarà sempre in prospettiva una posizione di grande apertura e di grande consapevolezza dell’importanza che i nuovi strumenti e la digitalizzazione offrono, in termini di economicità e rapidità, non soltanto nel settore della sanità. Credo che occorra coniugare con intelligenza la creazione di grosse banche dati con la consapevolezza del cittadino che dà informazioni relative alla propria persona con la garanzia della sicurezza del dato. Non è un percorso impossibile. È un percorso che richiede un’attenzione e una costruzione consapevole».

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