Salute 27 gennaio 2015

OMCeO d’Italia: l’Ordine che non cambia, età media alta e donne in minoranza

Confermato il 75% dei presidenti per il prossimo triennio. Il presidente FNOMCeO Bianco: “Rispecchiata la realtà professionale italiana, ma cerchiamo di creare un ponte con i giovani”

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Un rinnovo senza stravolgimenti. Scaduti i mandati triennali, le elezioni per i nuovi organigrammi degli OMCeO non hanno fatto registrare particolari sorprese. Si è andato al voto in 103 Ordini sui 106 totali: il 75% dei presidenti è stato confermato ed i 29 avvicendamenti rientrano nella media.

Così come non sono mutate altre due forti connotazioni: l’età media e la prevalenza di uomini. L’età media rimane ancora molto alta: 63 anni tra i presidenti (43 il più giovane ed 84 il più anziano) e 57 tra i consiglieri, con appena 21 under 30 su un totale di 1583. Riguardo il genere ora ci sono sei donne-presidente, quattro in più rispetto tre anni fa con una percentuale del 6% che si alza al 18 per le vice-presidenti, al 17% per le tesoriere e fino al 20% nei Consigli. Resta però il dato significativo del 77% degli OMCeO in cui la presenza femminile non supera le 4 unità. Sanità Informazione ha analizzato questi numeri con il presidente FNOMCeO, il senatore Amedeo Bianco.

Presidente Bianco, gli Ordini italiani si sono appena rinnovati. Sembra però che permanga un’età media alta e un deficit sulle quote rosa.
Sì, l’età si mantiene medio-alta, rispecchiando quella della realtà professionale italiana che vota, partecipa e si propone in questi organi. Questo crea un gap non trascurabile. C’è stata una crescita della componente femminile – simbolica nelle cariche di vertice, più concreta nei Consigli Direttivi e delle Commissioni – e alcuni Ordini, anche medio-grandi, come Pescara e Torino, hanno registrato una parità tra elementi maschili e femminili. Da questi dati scaturiscono importanti riflessioni. In primo luogo sull’evidente difficoltà di inserire giovani all’interno degli organi direttivi provinciali. In secondo luogo su una certa resistenza ad accentuare la componente femminile, a fronte di una popolazione attiva medica che presenta invece una sostanziale parità di genere. Su questo dobbiamo ancora lavorare.

Con un’età media così alta non c’è il rischio di vedere poco ottimizzato l’utilizzo delle nuove tecnologie?
Non so quanto sia automatica l’equazione tra l’essere giovani e l’essere più aperti alle nuove tecnologie. Quel che è certo è che l’invecchiamento della popolazione professionale ha i suoi pro e i suoi contro. Tra i pro, lo sviluppo di competenze, fondamentale in una professione che sostanzialmente si impara sul campo in maniera costante. In questo senso l’anzianità è garanzia di “sapienza”: sapere, saper essere e saper fare. E’ indubbio però che si scontano alcuni stereotipi culturali rispetto alle grosse innovazioni.

Ad ogni modo, nonostante la prevalenza di una componente anziana, i nuovi Ordini saranno attenti alle esigenze dei medici del futuro?
Certo, anche se purtroppo, per una serie di responsabilità condivise, l’accesso al mondo del lavoro è traumatico per i medici. Il primo trauma è proprio la carenza di lavoro. Ciò genera sfiducia – o peggio indifferenza – anche verso le forme di rappresentanza e di intermediazione, che spesso vengono tacciate di voler conservare chi c’è a discapito di chi cerca di entrare. Così non è, perché le condizioni del mercato del lavoro non le generano “gli anziani”. Ma è davvero difficile gettare un ponte tra le attese deluse di questo critico e disincantato approccio al mondo del lavoro, ed una realtà professionale obiettivamente stratificata su fasce d’età medio-alta. Dal canto nostro ci stiamo lavorando, ma non è facile, soprattutto nelle condizioni in cui versa il nostro Paese. Non si investe più nella speranza quando potrebbe essere una carta vincente per il rilancio.

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