Salute 22 aprile 2014

De Santis (ANASTE): “Dalle istituzioni finalmente attenzione su terza età e non autosufficienza”

Investire nella socio-assistenza promette nuovi posti di lavoro e sviluppo dell’edilizia sanitaria

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Le questioni legate alla non autosufficienza, le problematiche relative alla gestione della terza età e della lungodegenza, sono spesso relegate in secondo piano nel raggio d’azione della sanità italiana.

Durante i recenti Stati Generali della Salute si è registrata un’inversione di tendenza: più spazio e prospettive dedicate a questi temi, come riscontrato dal presidente di Anaste (Associazione Nazionale Strutture per la Terza Età), il professor Alberto De Santis, intervistato da Sanità Informazione. “Questi due giorni di Stati Generali resteranno una pietra miliare – sostiene De Santis – perché per la prima volta abbiamo percepito voglia di cambiamento da tutti gli attori del sistema, e il ministro Lorenzin ha dimostrato grande determinazione e incisività. Finalmente si inizia a trattare – da parte Governo  – il tema della lungodegenza: ad oggi – osserva il professore –  nel nostro settore i fondi promessi  per la non autosufficienza non sono mai arrivati, e l’integrazione tra socio-sanità e socio-assistenza non è stata attuata. Oggi invece se ne parla molto, e questo è un messaggio positivo che ci rincuora.”

Un plauso va, quindi, all’impegno del ministro e delle istituzioni, che hanno l’obbligo di occuparsi anche della terza età. “Come rappresentanti del settore della socio-sanità e della socio-assistenza – dichiara De Santis – nel 2011 abbiamo messo in campo un progetto per realizzare un fondo unico di previdenza. In secondo luogo, abbiamo esteso la nostra idea di long terming care anche agli anziani in pensione, oltre a proporre una riformulazione dell’indennità di accompagnamento. Gran parte di questo progetto è stato recepito in una proposta di legge sul fondo unico per la non-autosufficienza, rimasto però nel cassetto a causa dei cambiamenti di governo.

Secondo il presidente Anaste,  sarebbero molti i vantaggi che una concreta riforma in tal senso apporterebbe. “Rivedere questo meccanismo consentirebbe – nell’arco di 2 anni – di alimentare il fondo e poter erogare le risorse da investire nel settore della socio-sanità. A cominciare dai posti letto: in Italia ne mancano 240mila – osserva il professore –  e costruirli rimetterebbe in moto l’economia e l’edilizia sanitaria, oltre a realizzare 300mila posti di lavoro per i giovani “affinché i giovani si occupino dei loro anziani”. Lo scorso anno – continua De Santis – durante il convegno al Parlamento europeo intitolato “La socio-sanità come motore di sviluppo economico e abbattimento del debito pubblico”, ci si è accorti che il nostro settore è l’unico in grado ancora di creare posti di lavoro e, infatti, nelle linee guida dell’agenda 2014–2020, è stata inserita la socio-sanità nei fondi strutturali. E’ da 20 anni – conclude De Santis – che non ci si occupa di questo settore: questa è finalmente la nostra grande occasione”.

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