Politica 22 settembre 2017

Guido Quici, neo Presidente CIMO: «In queste condizioni non firmeremo il contratto»

Il programma del neo presidente: contratto, precari e accordi con società scientifiche. «Mi sono capitati gli 8 anni peggiori, ma forse il mio successore si troverà in una situazione ancora più difficile», il commento del Presidente uscente Riccardo Cassi

Il XXXI Congresso nazionale Cimo ha eletto all’unanimità il nuovo Presidente: sarà Guido Quici a prendere il posto di Riccardo Cassi per i prossimi quattro anni. Già Vice Presidente vicario della sigla sindacale, consigliere d’amministrazione dell’Onaosi (Opera Nazionale per l’Assistenza agli Orfani dei Sanitari Italiani) e Direttore della unità complessa di epidemiologia dell’Azienda Rummo di Benevento, ha elencato ai nostri microfoni le principali tematiche che dovranno essere affrontate nel corso del suo mandato: contratto, precari e accordo con società scientifiche.

La trattativa per il rinnovo del contratto sarà presumibilmente il primo ostacolo che il nuovo Presidente dovrà affrontare: «Ad oggi non ci sono i requisiti minimi, e nell’attuale contesto il parere è assolutamente negativo. Vedremo cosa ci verrà proposto e ci regoleremo di conseguenza, ma saremo, per quanto mi riguarda, inflessibili. Immaginare di voler premiare chi lavora senza risorse – continua il Presidente – non incanta più nessuno, né incantano le ‘partite di giro’ che imputano una parte degli incrementi contrattuali al salario accessorio il cui fondo tende ad ‘evaporare’ dopo ogni finanziaria o ad ogni processo di ristrutturazione aziendale». Ma l’aspetto economico, a detta di Quici, deve essere un segnale, ma non può essere l’elemento essenziale. «Saremo inflessibili anche su principi fondamentali come l’introduzione di clausole e procedure che garantiscono l’efficacia e la cogenza degli accordi e che prevedano strumenti sanzionatori in caso di inosservanze o violazioni da parte delle aziende», ha dichiarato Quici nella sua relazione al Congresso. E per quanto riguarda l’Atto di indirizzo, «il rischio è che si basi su un modello organizzativo, quello per intensità di cura, che è presente in poche realtà regionali e stenta a realizzarsi per oggettivi problemi strutturali e funzionali. Ma, intanto, potrebbe condizionare, nell’immediato, il lavoro dei sanitari che si troverebbero ad operare con regole avulse dai contesti di gran parte delle aziende sanitarie», ha proseguito il Presidente.

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Il secondo punto del programma riguarda i giovani e il precariato: «La nostra idea è che i colleghi che entrano nella specialità possono fare il concorso ed entrare nel Servizio Sanitario Nazionale direttamente al livello C, cioè con più di 5 anni di servizio. Poi – spiega il Presidente Quici – riteniamo necessario riservare un 20-30% dei posti ai non specialisti e agli specializzandi che entrerebbero per area funzionale e proseguirebbero il loro percorso all’interno del SSN. Dopo 5 anni ovviamente rientrerebbero con il livello C. Questo perché il numero di medici specializzandi o non specialisti è pari al doppio degli specialisti e quindi occorre dare delle opportunità anche a questi colleghi». In ogni caso, si legge nel programma, CIMO rifiuta qualsiasi ipotesi di inquadramento dei giovani medici in un livello che non sia di tipo dirigenziale.

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Per quanto riguarda la terza istanza, relativa agli accordi con le società scientifiche, il Presidente è chiaro: «La comunità scientifica ha un know how che il sindacato non può avere mentre noi abbiamo la possibilità di rappresentarli nelle varie sedi istituzionali, per cui potremmo interpretare i loro bisogni e tramutarli in azioni sindacali. In questo modo sindacato e società scientifica conservano ovviamente la propria autonomia, ma sarebbero complementari l’uno all’altra su tematiche di comune interesse. In questo modo si compatterebbe maggiormente anche la categoria, troppo autoreferenziale e troppo frammentata, cosa che costituisce un nostro punto di debolezza».

Riunire i medici è stato un aspetto importante del doppio mandato del Presidente uscente Riccardo Cassi: «Troppo spesso in questi anni la parte pubblica ha approfittato del “divide et impera”, ma quella dei medici è una categoria importante e uniti potremmo avere molto più successo».

Un bilancio della sua presidenza? «Credo che sia sostanzialmente positivo, anche se mi sono capitati gli 8 anni peggiori: senza contratto, in un Paese in completa crisi e quindi senza risorse e con un servizio sanitario sempre meno finanziato. Però – prosegue Cassi – siamo riusciti a rendere patrimonio comune di tutti i sindacati, anche quelli confederali, una serie di principi della Cimo, a partire dalla carriera professionale basata sul merito e sulla competenza che noi abbiamo presentato nel 2014 e che adesso è nelle piattaforma di tutti. Ancora c’è molto da fare, non invidio il mio successore che si troverà in una situazione forse più difficile della mia».

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Tra gli altri punti che Quici intende affrontare nei prossimi anni la libera professione, «che è un diritto del medico e non l’unico strumento per aggirare le liste di attesa». Se davvero lo Stato ha interesse a ridurre i tempi di attesa, si legge nel programma, deve sburocratizzare la macchina organizzativa delle aziende sanitarie e assicurare una maggiore competitività delle strutture sanitarie per evitare ogni forma di sanità low cost. Altro aspetto ritenuto fondamentale è quello dei modelli organizzativi: il lavoro del medico infatti è fortemente condizionato dai contesti organizzativi ospedalieri o territoriali e di emergenza urgenza. Per l’assistenza ospedaliera è necessario chiarire le “regole del gioco” che sono alla base delle dinamiche interne di ogni attività ospedaliera e che devono essere applicate in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale. A detta di Quici, per il sistema di emergenza-urgenza serve una rete unica dell’emergenza per garantire l’uniformità dell’assistenza, e definire, in un ruolo unico, la figura del medico: dalla presa in carico del paziente, alla sua gestione, fino al trattamento delle patologie e dei traumi tempodipendenti. Per la medicina territoriale occorre invece accelerare sulle cure primarie, potenziare l’assistenza domiciliare residenziale e semiresidenziale, rendere operativo il piano nazionale delle cronicità e implementare, in ambito distrettuale, nuovi standard organizzativi.

Importante poi, secondo il Neo Presidente, introdurre un percorso formativo che includa, oltre alla diagnosi e alla cura del paziente, anche la gestione del governo clinico, l’economia e la politica sanitaria: «Dobbiamo tentare di integrare queste conoscenze ai giovani colleghi in modo tale che entrino in un mondo probabilmente a loro sconosciuto e creare quindi anche quel tipo di cultura della prevenzione del rischio che oggi come oggi purtroppo non c’è», ha concluso Quici ai nostri microfoni.

 

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