Mondo 4 luglio 2017

Il piccolo Charlie cerca cure, Lorenzin: «Dovesse arrivare in Italia, daremmo il supporto necessario»

Il Ministro della Salute chiarisce: «Medici e famiglia faranno le loro valutazioni ma il Governo non dice nulla». Lana (Presidente Unione Forense per i Diritti dell’Uomo): «Scelta drammatica e discutibile quella di porre fine alla vita di un bambino»

«Se Charlie dovesse venire in Italia noi come governo daremmo il supporto necessario, ma è una valutazione che spetta ai medici, alla famiglia e all’ospedale. Noi assistiamo tanti pazienti in condizioni disperate da tutto il mondo ma queste sono sempre valutazioni tecniche». Il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, a margine del convegno Health City Forum svoltosi all’Ara Pacis di Roma, commenta così l’eventualità che il bambino inglese malato di mitocondriopatia, a cui i medici vorrebbero interrompere il supporto dei macchinari che lo tengono in vita, venga in Italia. Mariella Enoc, Presidente del Consiglio d’Amministrazione dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, ha infatti verificato con il “Great Ormond Street Hospital” di Londra, dove è attualmente ricoverato il bambino, se vi siano le condizioni sanitarie per un eventuale trasferimento di Charlie a Roma.

Anche Papa Francesco ha twittato in modo indiretto sulla vicenda: «Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo», cui fa eco il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che sempre su twitter si è reso disponibile ad aiutare il piccolo Charlie offrendo eventuali strutture idonee ad ospitare il bambino negli Stati Uniti.

Charlie Gard, 10 mesi, soffre di una malattia genetica rara e grave per la quale non ci sono terapie efficaci. Da molto tempo il bambino vive solo grazie ai macchinari a cui è attaccato. I medici inglesi hanno provato varie soluzioni terapeutiche ma ritengono che non ci sia più nulla da fare per salvarlo. I genitori sperano ancora in una cura, magari sul piano sperimentale negli Stati Uniti, e si sono rivolti a tutti i gradi della giustizia inglese e alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo chiedendo di mantenere in vita il bambino. Tutti i ricorsi interni sono stati rigettati e la Corte Europea ha ritenuto irricevibile la domanda dei genitori.

Ad entrare nel dettaglio della decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, spiegandone le motivazioni ai microfoni di Sanità Informazione, l’avvocato Antonio Giulio Lana, Presidente dell’Unione Forense per i Diritti dell’Uomo: «La Corte ha sostanzialmente ritenuto che le autorità mediche inglesi, avessero adottato tutte le misure volte a provare a salvare la vita di questo bambino e ha valutato che i giudici inglesi avessero valutato con estrema cautela e attenzione tutta l’attività posta in essere sul piano sanitario del Regno Unito. Dall’altro lato ha ritenuto che non vi fosse un consenso fra i paesi membri e neppure all’interno del sistema inglese e quindi ha deciso di dichiarare irricevibile la domanda presentata da parte dei genitori del bambino. Si tratta evidentemente di una vicenda molto delicata nella quale la Corte ha ragionato in punta di diritto secondo un orientamento consolidato: quando si ha a che fare in materia di bioetica, di fine vita e di inizio della vita, la Corte tende a fare un passo indietro».

«In materia di bioetica – prosegue l’Avvocato – la Corte lascia agli stati un margine particolarmente ampio, ossia la Corte dice sostanzialmente che in queste materie dove non c’è un consenso molto ampio all’interno dei 47 paesi membri del Consiglio d’Europa o anche all’interno dell’ordinamento di un dato sistema paese, la Corte cerca di non ingerirsi in maniera molto forte ma lascia appunto uno spazio di libertà e di movimento agli stati abbastanza ampio».

Ritornando sulla vicenda del piccolo Charlie, l’avvocato Lana conclude: «Certamente è una storia drammatica. Pensare che un medico possa assumersi la responsabilità di porre fine alla vita di un bambino, quando forse c’è una possibilità sul piano sperimentale negli Stati Uniti di continuare a sperare, è una scelta veramente discutibile oltre che drammatica».

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