Lavoro 29 settembre 2015

Quattro mosse per battere il precariato

Le proposte del Sindacato Medici Italiani per stabilizzare i 12mila “atipici” della sanità pubblica

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I precari che lavorano nella sanità pubblica italiana sono, tra convenzionati e dirigenti, circa 12mila. Di questi, oltre la metà continua da anni a vedersi rinnovato un contratto a tempo determinato e non ha diritto ad essere rappresentato.


Ed è anche a causa di questa precarietà che oltre 2.400 camici bianchi italiani emigrano ogni anno, facendo perdere allo Stato circa 150mila euro per ogni professionista formato che va via. È questo lo sconfortante quadro uscito dal workshop “Sanità pubblica, mai più precari!”, organizzato dallo SMI, Sindacato dei Medici Italiani. La colpa? Senza dubbio del governo, che sotto termini altisonanti come «reingegnerizzazione del sistema e lotta agli sprechi – spiega il Segretario Generale dello SMI, Pina Onotri – di fatto nasconde tagli che hanno, come conseguenza, quella di aumentare le sperequazioni nei servizi ai cittadini e nelle condizioni di chi lavora nella sanità pubblica»; sul banco degli imputati viene messo anche l’istituto stesso del sindacato: «La colpa è anche nostra – spiega – perché dobbiamo evolvere una volta per tutte, fare mea culpa e passare il testimone a chi è più giovane di noi. L’obiettivo comune è la salvaguardia del Servizio sanitario nazionale com’è stato finora: equo, accessibile e universale per tutti».

«Siamo insomma qui – spiega ancora Pina Onotri – per dire no al precariato perché nuoce gravemente alla salute dei medici e a quella dei cittadini e danneggia i progetti di vita, sia personali che professionali, di chi lavora in ambito sanitario». E pensare che attualmente esiste, sul questo tema, un Dpcm (Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri) che dovrebbe «stabilizzare i precari escludendo una larga platea di contratti atipici», ma che «non viene applicato». Una mancanza da parte dello Stato da cui nasce un grosso «rischio di ricorsi giudiziari, che ovviamente vorremmo evitare per quanto possibile». Come si risolve una volta per tutte questa situazione? Il Segretario dello SMI è chiaro: «Sono assolutamente necessari un contratto unico per tutti i dipendenti del Servizio sanitario nazionale; una diversa allocazione delle risorse; una legge per sanare l’anomalia italiana di un Dpcm che non viene attuato e un osservatorio che monitori Regione per Regione la sua applicazione». Solo così, spiega Onotri, se ne esce. È per questo che alla politica – conclude il Segretario Onotri – chiedo di cambiare rotta o ai nostri figli lasceremo nient’altro che macerie».

Macerie descritte con dovizia di particolari da Duilio Caruso, medico di Cosenza: «In Calabria la situazione di precarietà in cui vivono gli operatori sanitari è andata avanti negli ultimi anni in maniera drammatica, anche a causa del piano di rientro dal debito. Faccio l’esempio concreto del mio ospedale: la struttura in cui io e i miei colleghi operiamo è un hub. Dovremmo essere in tredici a lavorarci. Si tratta di un numero di professionisti sufficiente per avere continuità di servizio. E invece siamo in sette, a cui si aggiunge il primario. Di questi sette, più della metà sono precari, gli altri assunti a tempo indeterminato negli anni ’90. Ciò a testimonianza di un gap generazionale molto ampio. A Cosenza – spiega il dottor Caruso – per oltre 20 anni non ci sono stati concorsi nonostante le piante organiche carenti. Una situazione non solo insostenibile fisicamente e mentalmente per i turni massacranti cui il personale è sottoposto, ma anche pratici, materiali: siamo infatti costretti – conclude il dottor Caruso – a pagare personale esterno a 500 euro a notte. Insomma, nel settore sanitario esiste, oltre agli sprechi, anche un precariato nel precariato».

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