Politica 12 settembre 2017

ESCLUSIVA | Oliveti, Enpam: la grande sfida della Sanità italiana, diventare motore di sviluppo e ripresa

Cumulo contributivo, c’è la copertura finanziaria. Ma attendiamo esplicazione del Governo.
Numero chiuso, università, sviluppo e ripresa, cure territoriali, welfare e patto generazionale: tutto questo nell’intervista esclusiva al Presidente Oliveti a pochi giorni dall’80° anniversario della Fondazione

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«Il nostro Sistema Sanitario Nazionale è come un’orchestra: in un concerto l’orchestra deve andare all’unisono, se anche solo un elemento stride allora tutto l’impianto collassa. Insomma tutti gli attori devono fare la loro parte» lo dichiara in un’intervista esclusiva a Sanità Informazione Alberto Oliveti, Presidente della Fondazione Enpam (Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza dei Medici e degli Odontoiatri).

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Parliamo di giovani, giovani che vogliono approcciarsi alla professione medica: in questi giorni abbiamo visto dei ritardi per l’emanazione del bando delle scuole di specializzazione, abbiamo visto un numero notevole di ragazzi tentare il fatidico test d’ingresso per le facoltà mediche. In un Paese come l’Italia in cui c’è un notevole fabbisogno di medici perché tutte queste difficoltà?

«In Italia esiste il numero programmato che è riferito all’esigenza di formare un numero di medici sufficiente al fabbisogno nazionale. Ci tengo a sottolineare che occorre monitorare e valutare costantemente questo fabbisogno e centrarlo sempre più sulle effettive esigenze del Sistema Sanitario Nazionale. A questo proposito è giusto chiedersi: che Sistema Sanitario vogliamo? Ecco, occorre un dibattito costante per capirlo, intanto ritengo che sia necessario un Sistema in grado di reggere la sfida del cambiamento in corso legato a questioni demografiche ed economiche, ma anche influenzato dall’evoluzione tecnologica che modifica i vecchi paradigmi. Da questo punto di vista il numero programmato dovrà essere valutato sulle esigenze di quello che intendiamo un ‘approccio universalistico’ al problema della tutela della salute e credo che, in questo, l’Italia potrebbe crearsi un ruolo importante nella formazione di medici validi anche per l’Europa. Oggi l’Europa è senza frontiere, allora perché i nostri giovani e promettenti laureati devono essere costretti a migrare e a fuggire? Perché avere dei cervelli in fuga e non cervelli in viaggio? Faccio presente che, durante gli anni del Rinascimento, l’Italia era il punto di riferimento fra tutti i Paesi per imparare ‘di medicina’; l’università italiana era la culla per eccellenza della cultura ed era tenuta in altissima considerazione in tutto il mondo. Dunque perché l’Italia non può nuovamente ricoprire il ruolo d’eccellenza dal punto di vista della formazione così com’era all’epoca del Rinascimento? In questa ottica direi che meriterebbe una rivisitazione anche la logica del numero programmato, come la nostra qualità organizzativa. Non è pensabile che un laureato in medicina, prima di poter esercitare la professione, debba attendere un lungo periodo (che talvolta si avvicina all’anno) per poter essere abilitato: dobbiamo sicuramente accorciare il tempo tra la laurea e l’abilitazione professionale, fino addirittura ad auspicare una laurea abilitante da questo punto di vista. Tutte queste tematiche, l’accesso alla facoltà da un lato, la programmazione degli specialisti o dei medici del territorio dall’altro, secondo me devono essere letti sulla base di esigenze. Il nostro Sistema Sanitario funziona se funzionano le macro-aree che lo caratterizzano: la medicina pubblica, la medicina ospedaliera e la medicina del territorio, non voglio usare il paragone del cocktail però è chiaro che questi elementi devono essere correttamente rappresentati e correttamente in accordo fra loro, come un’orchestra con gli elementi tutti in assonanza. Basta solo che uno di questi elementi sia in disaccordo con gli altri che rischia di vanificare l’intera performance del sistema. Un esempio di elemento in disaccordo con gli altri è la medicina territoriale: una grande massa di medici sta andando in pensione, corriamo il rischio che sul territorio e anche nell’area ospedaliera non ci siano figure professionali sufficienti».

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A questo proposito, la mancanza di medici di base sul territorio che tipo di conseguenze potrebbe provocare sull’intero Sistema?

«Purtroppo c’è un vuoto di programmazione che provoca latenze importanti, difficilmente i medici territoriali vengono prontamente sostituiti. Questo può causare un vuoto assistenziale che non trova risposta efficace e si rischia che si torni verso l’esigenza di andare ad un approccio non legato ai problemi ma alle patologie e quindi l’inevitabile aumento dei costi. D’altro canto, teniamo presente che in ospedale esistono aree professionali sempre più povere di personale che corrono il rischio di esser svuotate. Da un lato l’evoluzione tecnologica, dall’altro il progressivo invecchiamento e la cronicizzazione legata all’invecchiamento, portano problematiche assistenziali nell’ospedale per il quale certe specializzazioni possono venire a mancare ed altre invece sono fin troppo cariche di personale, quindi lo sforzo di programmazione e pianificazione del nostro regolatore dovrà essere molto attento. Ma a monte di questo, ribadisco che dovremmo tutti interrogarci su che sanità vogliamo: una sanità che preveda un modello universalistico per i quali tutti siamo uguali di fronte alla malattia e contribuiamo alla sua sostenibilità finanziaria in maniera proporzionale ai nostri redditi? Oppure preferiamo rapportarci ad un sistema in cui sostanzialmente s’incominci a parlare di universalismo selettivo (mi auguro non sulle persone ma sulle prestazioni) e rivedere il livelli assistenziali di assistenza? Di fatto oggi ci sono ancora troppi buchi assistenziali, troppi doppioni, troppe inefficienze e sicuramente c’è anche della corruzione che poi trova facile albergo e terreno. Su questo penso che ci dovremmo interrogare per trovare soluzioni e credo che una certa quota di spesa sanitaria che oggi è a carico delle tasche dei cittadini dovrà essere intermediata, e mi auguro che questa intermediazione possa avvenire tramite il Sistema Sanitario Nazionale. Faccio notare che nessuno è disposto a pagare due volte: attenzione che defiscalizzare prestazioni sanitarie già garantite dai Lea significa per lo Stato pagar due volte, una finanziando con la fiscalità generale ed una defiscalizzando, ossia procurandosi minori introiti fiscali. Quindi anche certi interventi di sanità integrativa dovrebbero essere letti sulla base di questo aspetto. Attendo, anche con una quota di apprensione, quale saranno le evoluzioni governative dal punto di vista della salute e della sanità. Abbiamo un sistema evoluto, potremmo essere anche un modello di riferimento per l’intero bacino del Mediterraneo. Sottolineo inoltre che sempre di più si sviluppano tendenze che vedono l’Italia riferimento di un’assistenza che qualcuno chiama ‘turismo sanitario’ per una sanità allargata a tutto il bacino del Mediterraneo. Inoltre bisognerebbe valutare certe aree come bacini di sviluppo e di crescita che possano implementare quel motore di espansione e ripresa che rappresenta l’Italia per tutta l’Europa».

Difficoltà di accesso alla professione ma anche difficoltà nell’esercizio della professione: basti pensare ai turni massacranti, alle tante vertenze aperte senza risoluzione, basti pensare a quanti ex specializzandi hanno dovuto imboccare vie legali per recuperare le borse di studio che non gli sono state riconosciute. Perché oggi in Italia è così difficile esercitare la professione medica?

«Per rispondere a questa domanda mi rifaccio ad un modello che mi è stato insegnato a proposito di ‘qualità totale’: il modello Toyota (potrebbe sembrare un’affermazione pagana rispetto alla sacralità dell’esercizio della professione medica ma è efficace come esempio). Ebbene questo modello ‘Total Quality Toyota’ sostiene che ci debba essere in un quadro generale sia competenza professionale che organizzazione del lavoro e anche soddisfazione dell’utente. Ecco, applicato questo sistema nella nostra sanità, mi sembra evidente che l’organizzazione del lavoro abbia qualche problema a livello nazionale, bisognerebbe lavorarvi parecchio. Tuttavia ritengo comunque fondamentale ragionare sulla qualità del percepito, quindi sulla soddisfazione dell’utente nell’ottica di ‘riportare il campanile al centro del villaggio’, cioè pensare a cosa è fondamentale in un buon sistema di sanità e di tutela della salute. In ultimo la qualità professionale: anche su questo ci dovremmo interrogare, certamente sappiamo che i nostri laureati in Europa sono molto apprezzati, tuttavia ritengo che la nostra università debba ragionare costantemente sulla qualità che, se la vogliamo definire, corrisponde alla conformità a determinati indicatori, determinati standard, determinati criteri, dunque la misurazione è fondamentale. In questo senso dovremmo aprire una rivalutazione del nostro sistema formativo generale. Per esempio, faccio una valutazione personale, a mio parere nel corso di laurea in medicina non si insegnano le basi delle cure primarie; tutti i sistemi sanitari funzionano quando c’è un sistema di cure primarie solido e articolato. Ritengo che la medicina pubblica, l’area ospedaliera e l’area territoriale debbano trovare fra loro un coordinamento efficace e armonico per dare una buona risposta».

Presidente, cumulo contributivo, incertezza interpretativa e anche finanziaria: quali sono le novità?

«Attendiamo, da parte del Governo e del Ministero del Lavoro, un’esplicazione chiara su come procedere per poter garantire da un lato la soddisfazione dei diritti associativi per l’utente e dall’altro che questa soddisfazione non venga messa a carico di altri contribuenti. Fatta questa premessa è giusto ragionare sul concetto di cumulo contributivo: credo che sia una cosa assolutamente doverosa che chiunque abbia contribuito debba vedere riconosciuta la ricongiunzione gratuita di quanto ha versato, quindi tanto ha dato e tanto deve ricevere. Dunque il concetto è corretto e convincente, tuttavia allo stesso tempo ogni Cassa ha una sua modalità operativa. Dal lato suo, la Fondazione Enpam è preoccupata perché se non avviene un’equa copertura finanziaria, i maggiori costi che il cumulo implica potrebbero finire a carico dei contribuenti. Questo ovviamente non è accettabile, dunque se c’è stata una Legge che ha stabilito correttamente la realizzazione e il diritto soggettivo del singolo contribuente a vedere ricongiunti senza costi i periodi contributivi che ha fatto in varie gestioni, è anche corretto che all’interno delle gestioni non si creino dei buchi, quindi chi ha fatto questa scelta si deve far carico della copertura finanziaria. Dato che la Legge prevede che l’erogatore, cioè chi paga la pensione cumulata, debba essere l’Inps e non può essere altri, l’Enpam sicuramente è disponibile a mettere tutta la documentazione necessaria affinché avvenga il cumulo contributivo. Poi però per quello che riguarda la copertura, bisogna che la Legge abbia una copertura finanziaria che mi dicono c’è. Se c’è la copertura finanziaria non c’è problema, invece se la copertura finanziaria fosse effettiva solo per la quota parte Inps, si verrebbe a creare uno squilibrio».

In un confronto fra casse previdenziali l’Enpam risulta essere la cassa più in salute: può tracciare un bilancio degli ultimi anni?

«Posso dire che senza dubbio l’Enpam è in salute. Sicuramente però anche le altre casse godono tutto sommato di una salute previdenziale buona. Poi ci sono le professioni sottostanti che possono avere più o meno elementi di criticità legati al cambiamento che è in corso. La professione medica da questo punto di vista vede la longevità non come un problema ma come un’opportunità, dunque potrebbe sentire meno il rischio del cambiamento. Che l’Enpam sia in buona salute è evidente, basta considerare che i conti previdenziali sono stabili da qui a 50 anni con un patrimonio in continua espansione, nonostante le regole rigorose stabilite dal Ministro Fornero, regole che Enpam ha rispettato attentamente. Non si può dire lo stesso del pubblico: l’Inps ha più volte proposto di attenuare queste norme. Allo stesso tempo Enpam di pone il problema e credo sia lungimirante, d’intervenire tempestivamente su più fronti: contributi, prestazioni e gestione di un patrimonio che altro non è che un monte di contributi messi in sicurezza e a garanzia della tenuta del sistema. Inoltre il nostro lavoro è finalizzato anche a rispettare il patto fra generazioni subentranti che è il motore del nostro sistema, quindi anziani lavoratori in pensione con diritti garantiti e giovani inseriti nel circuito lavorativo con prospettive di crescita. Incrementare un welfare attivo è fondamentale per una crescita del sistema equilibrata e condivisa. Enpam è attenta ad esercitare queste leve in maniera autonoma, quell’autonomia che ci fu consegnata oramai più di 20 anni fa e che vogliamo continuare ad utilizzare; il nostro obiettivo è sempre stato utilizzare mezzi privati per perseguire la finalità pubblica. Quest’anno festeggiamo l’ottantesimo anniversario della Fondazione che nacque nel 1937 e crediamo di farlo con numeri e con dimostrazioni consistenti: pensioni garantite e opportunità per i giovani».

 

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