Lavoro 3 luglio 2018

Dal corso MMG a Montecitorio, la storia di Rosa Menga (M5S): «Noi medici di famiglia portavoce dei pazienti in Parlamento»

È uno dei più giovani parlamentari della XVIII Legislatura e frequenta il corso di formazione in medicina generale: «Serve una visione meno ospedalocentrica dell’assistenza sanitaria. Telemedina e gestione cronicità saranno mie priorità»

È un torrido pomeriggio estivo quando incontro nel cortile di Montecitorio l’onorevole Rosa Menga, Movimento Cinque Stelle, una delle più giovani parlamentari di questa XVIII Legislatura. A colpire non è solo la sua giovanissima età, 25 anni, ma anche un certo piglio sicuro nell’aggirarsi nei palazzi del potere. Figlia di due medici di famiglia e a sua volta studentessa del corso di formazione in Medicina generale, è arrivata alla Camera con la prestigiosa vittoria nel collegio di Foggia superando altre due donne, la candidata del centrodestra Michaela Di Donna e la segretaria provinciale del PD Lia Azzarone. Menga porterà in Parlamento le istanze di una generazione troppo spesso ignorata dalla politica ma anche e soprattutto quelle degli studenti di medicina generale che da sempre lamentano un trattamento di sfavore rispetto ai colleghi della specializzazione.

«La responsabilità maggiore è stata quando sono rientrata a Foggia, vedersi accolta nei propri territori, arrivare nelle piazze per ringraziare i cittadini, sentire l’inno nazionale: questo mi ha fatto capire che dovevo cambiare la prospettiva, capire che adesso rappresento i cittadini, una parte d’Italia e mi ha fatto proprio tremare le gambe», racconta Menga a Sanità Informazione. Sui temi della sanità si confronterà con i colleghi della Commissione Affari Sociali e con il Ministro Giulia Grillo, anche se lei è stata dirottata in Commissione Difesa. «Occorre una visione meno ospedalocentrica dell’assistenza sanitaria – spiega Menga – È importante l’assistenza sul territorio, quella domiciliare, auspicherei anche nei prossimi LEA l’implementazione della telemedicina, la possibilità di monitorare i pazienti attentamente e poi interventi sul tema della cronicità».

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Onorevole, lei è una studentessa del corso di formazione in medicina generale. Com’è iniziato il suo impegno politico?

«È iniziata come una sfida che ho accolto con tanto entusiasmo in seguito all’apertura del Movimento Cinque Stelle alla società civile. Non ho mai fatto mistero del fatto che io non fossi una diretta attivista. Il mio impegno politico si svolgeva in modo molto semplice nel confronto quotidiano con la gente che si recava negli ambulatori di medicina generale e che rappresentava istanze, bisogni che andavano anche oltre il tema della salute perché il medico di medicina generale ha grande fiducia da parte del paziente che si affida e confida lui tutti i propri bisogni. Allora mi sono chiesta cosa potessi fare di più che non si limitasse alla mia professione di medico. Poi, tramite mio padre che è attivista del Movimento Cinque Stelle ho saputo di questa richiesta, di questa apertura che ho trovato molto intelligente e con entusiasmo ho voluto propormi. Poi il caso ha voluto che tra i curricula pervenuti scegliessero il mio per la candidatura all’uninominale».

Si aspettava la vittoria nel suo collegio?

«Sapevo che il Movimento delle Regioni del sud poteva raccogliere molti consensi, ma nessuno, anche nel mondo dell’attivismo locale, si aspettava un consenso così ampio. La vittoria all’uninominale non era così scontata perché col criterio maggioritario e scontrandomi nel confronto elettorale con la cognata dell’attuale sindaco di Foggia non davo assolutamente per scontato l’esito vittorioso».

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Lei è giovanissima, 25 anni. È stata catapultata in una realtà come questa. Da giovane studentessa, qual è stato l’impatto?

«Ho sentito il senso di responsabilità, non tanto nel vagare tra questi corridoi o nell’entrare in Aula. La responsabilità maggiore, forse perché era tanta l’emozione, è stata quando sono rientrata a Foggia, vedersi accolta nei propri territori, arrivare nelle piazze per ringraziare i cittadini dei comuni che ci hanno appoggiato con il voto, sentire l’inno nazionale: questo mi ha fatto capire che dovevo cambiare la prospettiva, capire che adesso rappresento i cittadini, una parte d’Italia e quello mi ha fatto proprio tremare le gambe».

Continuerà a studiare?

«Si, sto continuando il mio percorso di formazione di medicina generale. È una cosa a cui tengo molto per non perdere i contatti con il territorio perché questo mi consente di rientrare ogni settimana. E poi, per non perdere il contatto con i pazienti».

Lei è in Commissione Difesa, però immagino porterà in Parlamento le istanze dei medici, degli studenti di medicina generale che spesso lamentano una ‘diminutio’ rispetto ai colleghi specializzandi. Come viene vissuta dagli studenti di medicina generale questo?

«Sicuramente si avverte questa disparità, credo che parta già dalla formazione universitaria perché già da semplici studenti non siamo ancora educati al ruolo della medicina generale, del medico di famiglia. Non siamo abituati a considerare l’importanza del percorso di formazione. Si dà molto più risalto al ruolo universitario della formazione e poco a quello che dev’essere l’impegno sul territorio. Il confronto con il proprio ordine provinciale, le Asl, tutte cose che prima della laurea non si conoscono appieno. Forse i giovani medici commettono spesso, non parlo di errore perché si tratta sempre di scelte personali, ma la leggerezza di sottovalutare l’importanza della formazione in medicina generale a vantaggio della scuola di specializzazione. In breve considerarla quasi una scelta di serie B da fare in subordine all’esito del concorso della scuola di specializzazione».

C’è poi il grande problema dei medici di medicina generale che sono pochi, ci sono pochi posti, le borse di formazione sono poche. Anche la FIMMG si sta attivando per sbloccarle. Voi studenti la sentite questa cosa?

«C’è ancora tanto da fare. Ad esempio, io ho sostenuto il concorso un anno fa, i posti per la Regione Puglia dove vivo erano 100, ora sono diventati 103, il cambiamento è pressoché nullo, a fronte anche del notevole numero di rinunce che si hanno durante il percorso di formazione. Perché molti sono i colleghi che, considerandola una scelta di serie B, poi optano nuovamente per il concorso di specializzazione negli anni seguenti e abbandonano a metà».

C’è chi la considera una scelta una serie B e chi la considera come una vocazione. Lei come la sente?

«Io ho scelto con convinzione di seguire il corso di formazione. Non ero partita con questa convinzione pur avendo due genitori medici di medicina generale: dissi che non avrei assolutamente fatto il loro lavoro perché gravato da eccessiva burocrazia, pensavo che l’ospedale fosse una corsia di E.R. tutti i giorni. Poi invece ho iniziato i tirocini in ospedale, ho trovato anche lì tanta burocrazia, poco contatto con i pazienti. Nel senso che l’approccio non è integrato come quello che può dare la medicina di famiglia. È più un approccio sulla patologia, sulla complicanza, sulle acuzie, meno sulla gestione, sulla cronicità, sulla disabilità e su quella che è poi l’esperienza, il vissuto della persona che merita attenzione al di là del singolo problema».

Un altro problema è che la borsa di studio degli MMG a livello economico è meno sostanziosa degli specializzandi e questo crea molto disagio. Penso anche questo sia un tema molto sentito da voi studenti di medicina generale…

«Praticamente la borsa è pari quasi alla metà di quello che percepisce uno specializzando a cui si aggiungono poi spese ulteriori perché ad esempio non siamo tutelati da una copertura assicurativa che è a nostro carico. Non abbiamo tutele anche nei confronti dei giorni di ferie e di malattia, della maternità. Sono tutte cose che concretamente dobbiamo affrontare anche nel dibattito politico».

In cosa si impegnerà in questa legislatura?

«Io sono in Commissione Difesa, il mio impegno sarà mirato su temi che purtroppo, non per mia volontà, esulano dal campo della salute ma non per questo me ne disinteresserò perché ho già contatti costanti con tutti i membri della Commissione Affari Sociali, a partire dalla nuova Presidente Lorefice. Ho intenzione di lavorare con loro, l’obiettivo di tutti i portavoce del movimento è di realizzare quello che abbiamo promesso in campagna elettorale e quello che siamo riusciti a scrivere nel contratto di governo con la Lega. A questo posso aggiungere qualche mio auspicio di natura più personale che è sicuramente correlato al ruolo della medicina generale e più in generale alla strutturazione di una visione meno ospedalocentrica dell’assistenza sanitaria. È importante l’assistenza anche sul territorio, l’assistenza domiciliare, l’implementazione, auspicherei anche nei prossimi Lea, sempre più della telemedicina, la possibilità di monitorare i pazienti attentamente e poi tutto il tema della gestione delle cronicità, anche a domicilio perché l’auspicio è quello di fare sempre meno ospedalizzazione e gestire il paziente nelle proprie case. E poi la disabilità».

Conosce il ministro Giulia Grillo?

«Di vista, non personalmente. Sono soddisfatta delle sue prime dichiarazioni, delle prime battaglie che ha scelto di portare avanti. Le chiederei di continuare così, le farei un grande in bocca al lupo e le chiederei di non dimenticare di essere un medico oltre che è un politico. È un pensiero che ho sempre ben fermo e che motiva ogni mia azione qui in Parlamento».

È un valore aggiunto portare le competenze della medicina e della sanità qui in Parlamento?

«Si, perché si ha la sensibilità nell’affrontare certe tematiche. È una prospettiva di competenza e di contatto con i reali bisogni delle persone, dei pazienti, che ovviamente dal di fuori non si riesce ad avere. Un conto è sentir parlare di un problema, un conto è doverlo affrontare quotidianamente nel proprio operato professionale e quindi averne maggiore contezza. E così avere anche poi un feedback qualora riuscissimo a realizzare quello che abbiamo promesso di fare, e ricevere poi anche nel nostro lavoro di ogni giorno come medici un feedback positivo o negativo dai pazienti è importante per tenere la barra dritta».

A 18 anni pensava avrebbe mai pensato di finire a Montecitorio?

«Assolutamente no, perché mi sono impegnata molto nel mio campo, quello della medicina come studentessa. Non rientrava proprio nei miei progetti, però mi è capitato a più riprese nella mia vita di impegnarmi in cose che non mi ero mai immaginata di poter fare. È davvero una grossa sfida».

 

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