Lavoro 3 novembre 2015

#BastaTurniMassacranti. I medici non ne possono più: in migliaia pronti a fare ricorso

Consulcesi ne ha già avviati 5mila in un anno. Il presidente dell’OMCeO Roma, Lala: «Impossible applicare la Legge 161 con queste risorse: la politica ascolti i camici bianchi». I vostri racconti a redazione@sanitainformazione.it.

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Come si fa ad applicare la legge con il personale ridotto all’osso?». Anche per Roberto Lala, presidente dell’OMCeO più grande d’Europa, quello di Roma, è il momento di dire “Basta!”. Non ne può più di vedere una classe, quella medica, continuamente messa in croce dalle sanzioni e mortificata dai provvedimenti normativi.


Lo ha urlato agli Stati Generali della Sanità, raccogliendo consensi e applausi. In quell’occasione la questione dei turni massacranti è prepotentemente salita alla ribalta, diventando una delle principali tematiche da mettere sul tavolo in un confronto a cui il governo non può certo sottrarsi con una mobilitazione in corso, uno sciopero imminente – annunciato per il 16 novembre –  ed una valanga di ricorsi in arrivo.

Più si avvicina il 25 novembre e più monta la rabbia dei medici. Quella data doveva – per legge (la numero 161 del 30 ottobre 2014) – mettere fine alla violazione della direttiva europea 2003/88 sugli orari di lavoro. I camici bianchi sanno bene che non sarà così. Non sono state infatti create le condizioni per poter mettere fine ai turni massacranti che migliaia di camici bianchi sopportano da anni senza essere retribuiti e con pesanti ripercussioni psico-fisiche.

Mentre si preparano migliaia di ricorsi, solo Consulcesi ne ha già avviati 5mila in un anno, in tanti continuano a scrivere a Sanità informazione che ha lanciato una campagna virale #BastaTurniMassacranti. Nei racconti non c’è solo la fatica e la sofferenza, ma anche un forte sentimento di delusione ed amarezza di chi con spirito di servizio e professionalità, sempre fedele al giuramento di Ippocrate, tiene in piedi il Ssn senza alcuna tutela e considerazione. Un problema molto sentito nella classe medica che sta trovando supporto, anche in chiave ricorsi, da realtà che si occupano di tutela dei camici bianchi, sindacati e Ordini medici, come conferma l’agguerrito presidente dell’OMCeO Roma, Roberto Lala, che affronta il caso, toccando per mano la realtà del problema. «Sapete come funziona negli ospedali? Se non arriva il collega per il cambio, il medico deve rimanere in servizio, altrimenti va incontro ad una denuncia penale. Magari –  spiega Lala – quel collega ha fatto 12 ore con un turno di notte. Ha trascorso 6, 7, 8 ore in pronto soccorso e spera, finalmente, di poter andare a casa, dormire e recuperare l’equilibrio psichico necessario. Ma se il collega non arriva non può farlo».

Sono scene diventate abituali in tanti ospedali italiani. Decine di medici continuano a raccontarle a Sanità informazione, come ad esempio alla dottoressa Laura Gubbioli, ginecologa da 26 anni presso l’ospedale di Forlì. «Da sempre l’orario settimanale supera abbondantemente l’orario dovuto. Nei contratti si dà per scontato che sia “fisiologico” un residuo orario eccedente di almeno 50 ore all’anno per professionista e si sottintendente che sia pari alle giornate di ferie estive che si riescono già a fruire con fatica. Se non hai almeno un gruzzolo di ore “donate”, non puoi e non devi lamentarti. Nessun riposo dopo le notti, altrimenti salta l’organizzazione. E poi – conclude la specialista in ginecologia –  congedi parentali riconosciuti a scapito di chi non ha figli, obbligandoli ad orario eccedente e quindi la ciliegina sulla torta: ti riducono le ore di presenza ma devi fare doppio lavoro nello stesso orario svolgendo mansioni svolte normalmente da due medici. E intanto le ferie si accumulano. Vogliamo dire basta!?!».

L’unica possibilità resta quella di fare ricorso, non contro la propria Azienda, ma nei confronti dello Stato per la violazione della direttiva europea. «Proprio così – conferma Lala – anche perché i tetti orari sono ben precisi: puoi andare a recupero, ma se non ci sono le risorse, come fai? Si chiude il servizio? La legge lo vieta. È una questione analoga a quella delle liste di attesa: ci dicono di non fare più prestazioni fuori dall’orario perché sono un costo. Ma se poi non le faccio e non bastano quelle intra-orario come può non allungarsi la lista?  La politica – conclude il presidente dell’OMCeO Roma –  dovrebbe ascoltare le realtà quotidiane che vivono la professione e quindi rivolgersi a chi lavora negli ospedali, negli ambulatori e nei Dipartimenti di Salute Mentale (DSM) o confrontarsi con i medici di medicina generali:  i camici bianchi sono gli unici che possono veramente raccontare come stanno le cose e dare suggerimenti».

Ed è quello che chiediamo di fare ancora all’indirizzo redazione@sanitainformazione.it

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